Punto 4 (indizi e prove)

La nostra intenzione era di far ritrattare al signor Mehemet Alì Agca le calunnie da lui rivolte a membri della delegazione della Repubblica Popolare Bulgara per quanto concerne il cosiddetto attentato al Pontefice.

Dicembre 1981: esponenti dei servizi d’informazione italiani fanno presente ad Agca che se dovesse collaborare otterrà il perdono del Papa e la grazia presidenziale entro 2 anni. La scadenza dei 2 anni è proprio il 1983 (questo fatto lo apprendemmo da nostra persona del Servizio di Informazioni della Sicurezza Democratica, nei primi mesi dell’anno 1982. Agca lo confermerà pubblicamente negli anni ’90). Per cui noi facemmo il finto sequestro esattamente dopo due anni per far credere agli inquirenti che potessero essere stati proprio i servizi ad eseguirlo in quanto volevano a loro volta far credere ad Agca che questo sequestro era stato effettuato per sollecitare la grazia nei suoi confronti per corrisponderlo della sua collaborazione già in atto. Perdono del Papa significa cittadina vaticana: la Orlandi – La grazia presidenziale significa una cittadina italiana: la Gregori. Nel senso che il Pontefice, preoccupato per la sorte di una cittadina vaticana avrebbe dovuto chiedere riservatamente, e non ufficialmente, al Presidente della Repubblica Italiana di concedere la grazia al detenuto Agca (del resto si era trattato di un solo ferimento ed il detenuto stava collaborando con le autorità). Ed il Presidente della Repubblica Italiana, tra l’altro preoccupato della sorte della cittadina italiana Gregori, avrebbe potuto assecondare la richiesta del Pontefice. Tutto ciò chiaramente poteva verificarsi esclusivamente in modo riservato, e mai se fosse stato a conoscenza pubblica. Ma in verità era assolutamente virtuale. Noi volevamo semplicemente far credere ad Agca che ciò fosse possibile in modo da ottenere la sua ritrattazione sulle calunnie ai membri bulgari, e al tempo stesso far credere agli inquirenti ed all’opinione pubblica che i responsabili potevano anche essere i Servizi, che avevano prodotto quella iniziale promessa ad Agca nel 1981. Ma eravamo consapevoli del fatto che tutto ciò non si sarebbe mai verificato. A noi era sufficiente la sua ritrattazione. Prima del dicembre 1981 i pedinamenti furono effettuati solo nei confronti di cittadine vaticane; dopo la suddetta promessa ad Agca che avrebbe ottenuto la grazia presidenziale, iniziammo a cercare una cittadina italiana – Gregori).

Il 25 giugno 1983 (tre giorni dopo il “sequestro” della Orlandi) facemmo pubblicare la lettera che Agca scrisse un anno prima indirizzata al Card. Oddi, e riportante la frase “spero che qualcosa accadrà in futuro, che qualcuno mi risponda dal Vaticano”. Queste frasi di Agca contenute all’interno della lettera erano un chiaro codice per sollecitare un nostro intervento per la sua liberazione, ed era un nostro modo di comunicargli che avevamo per l’appunto “risposto” alla sua richiesta. La lettera di Agca fu da noi fatta pubblicata sullo stesso giornale, “Il Tempo”, dove fu pubblicato l’articolo della Orlandi, per dare un senso di unità e continuità. Chi si occupava di collocare gli articoli era una persona vicina alla Staatssicherheit, dal nome fittizio “Ecce Homo”. Per comunicare col detenuto Agca vi era un membro della criminalità romana che si occupava della corruzione di un agente di custodia. Quel “sabato” 25 giugno era la giornata indicata dalla Orlandi il 22 giugno a più testimoni per essere il giorno previsto per la “sfilata”che si sarebbe dovuta tenere presso la Sala Borromini. Questo stesso sabato, giorno in cui persone delle due parti avverse si incontrano per trattare, noi compiamo un gesto di volontà verso l’altra parte, dichiarando essere il finto sequestro una semplice “scappatella”. E per ciò facciamo chiamare da un presunto “Pierluigi” che deve “raccontare” che si tratta per l’appunto di una breve fuga della ragazza. Ci riserviamo, nel caso non fossimo stati corrisposti nelle nostre richieste, di svelare che in realtà quella “scappatella” era un sequestro operato da alcuni laici in combutta con altrettanti ecclesiastici della parte a noi avversa. Ciò non corrispondeva a verità, era una mera pressione.

Il 28 giugno 1983, 6 giorni dopo il sequestro e 3 giorni dopo la nostra pubblicazione della suddetta lettera, il detenuto Agca comincia la sua ritrattazione su uno dei diplomatici bulgari che aveva coinvolto.

L’8 luglio, il detenuto Agca, nel cortile della questura, forse perché a conoscenza del fatto che la trattativa non è più occulta dopo che il 3 luglio il Pontefice ha reso pubblico il fatto che possano esserci dei responsabili sulla scomparsa della Orlandi, per cui non può più avvenire l’interscambio per ottenere la sua grazia, rilancia le accuse nei confronti dei diplomatici bulgari. Motivo per trattenere ulteriormente le ragazze, ed usarle, non potendo noi più fidarci del signor Agca, per influire sui giudici popolari, in un possibile futuro processo per l’attentato al Papa. I giudici avrebbero potuto comprendere come la vita e la restituzione della Orlandi fossero legate ad un’opportuna assoluzione dei membri della delegazione bulgara.

Il 20 ottobre 1983 ottenemmo l’appello presidenziale per la restituzione della Gregori, attraverso una pressione nei confronti di persone vicine a Mons. Calamoneri, che lavorava nella Nunziatura Apostolica presso il Quirinale. L’appello significava far comprendere ad Agca che vi fosse una persona che era riuscita a promuovere l’appello per il giorno 20. Il 20 era un codice concordato con il signor Agca. Lo usammo per la data dell’ultimatum per la restituzione della Orlandi: il 20 luglio 1983. E lui lo usò il 20 dicembre dell’81 per cominciare uno sciopero della fame, un modo di farci comprendere che stava per “collaborare” con lo Stato. E ciò fece dopo pochi giorni. Per cui volevamo far comprendere al signor Agca che, se eravamo riusciti ad ottenere l’appello del Presidente Pertini per il giorno 20, nello stesso modo potevamo influire per cercare di ottenere la grazia. Vi è anche un rapporto, che non è opportuno al momento rivelare, tra il cercare l’appello per la Gregori e l’iniziativa della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel redarre la lettera che stigmatizzava la massoneria. Quest’ultima realtà fu posta a conoscenza del detenuto Agca, il quale scrisse varie volte ad un autorevole membro della predetta Congregazione per sensibilizzarlo ad iniziative volte a fargli ottenere la grazia. Contemporaneamente, lo stesso 20 ottobre, uno dei due giudici bulgari in rogatoria presso il carcere di Rebibbia, fece presente al detenuto Agca che se avesse ritrattato le calunnie sarebbero stati eseguiti per lui altri sequestri, sempre nella finalità di ottenere la sua liberazione. Altrimenti sarebbe stata assassinata sua sorella Fatma, così come “accaduto con la Diener”, di cui negli stessi giorni furono prodotti i documenti attestanti il finto “omicidio”. Uno dei “nuovi sequestri” era quello della Gregori, che proprio quel giorno 20 ottobre si ufficializzava con l’appello del Presidente Pertini.

Il 15 ottobre 1983, 5 giorni prima del 20 ottobre, giorno della rogatoria dei giudici bulgari, spedimmo una lettera da Boston affinché arrivasse proprio nei giorni intorno alla rogatoria. Nella missiva facemmo presente che si stavano operando nuovi sequestri per la liberazione di Agca. Se non fossimo stati a conoscenza della minaccia che sarebbe stata rivolta al signor Agca dal giudice bulgaro, non avremmo redatto questa lettera che riporta la medesima intenzione di far “nuovi sequestri” e negli stessi giorni. E al tempo stesso non avremmo scelto proprio quel 20 ottobre in cui il giudice bulgaro parla di nuovi sequestri per ufficializzare quello che è il “nuovo sequestro” della Gregori. Il fatto del giudice bulgaro non era certamente reso pubblico. Il detenuto Agca lo rivelerà esclusivamente negli anni ’90. Inoltre, nella stessa lettera da Boston facciamo presente che tutte le nostre richieste dovevano essere accolte non oltre il maggio 1984, e così veramente accadde. L’ultima richiesta fu la domanda di risarcimento, almeno parziale, dei debiti contratti dal Banco Ambrosiano. Noi sapevamo che nella nomenclatura della città del Vaticano vi era in esame la possibilità di corrispondere parte dei debiti contratti dall’ Istituto Opere di Religione nei confronti del Banco Ambrosiano proprio in quel mese di maggio del 1984. Il mese e l’anno erano chiaramente informazione riservata, nella disponibilità esclusivamente dei vertici vaticani. Se si volesse indirizzare una ricerca all’ottobre del 1983 (mese in cui fu redatto il comunicato che annunciava il futuro maggio dell’84) si verificherebbe che nessun documento ufficiale pubblicato attesterebbe ch’era già in previsione il mese di maggio ’84 per quel risarcimento. Del resto non si può pensare che noi si sia indicato un mese ed un anno a caso, tenendo conto che mancavano ben 6 mesi a quel maggio dell’84. Ed è altrettanto peregrino pensare che io mi possa essere ispirato per la mia deposizione a quella data, in quanto non esiste alcun documento giudiziario, di inquirenti e magistrati né tantomeno un lavoro giornalistico, che abbiano mai interpretato la data del maggio ’84 posta in quel comunicato del settembre ’83.

Verso la fine di ottobre 1983 il detenuto Agca doveva essere sottoposto ad un’ispezione giudiziale per verificare la sua conoscenza di una pertinenza diplomatica bulgara, e avrebbe, nelle nostre intenzioni, dovuto non riconoscerla. Per cui in relazione alla minaccia di morte nei confronti di sua sorella Fatma, gli fu mostrata la foto del corpo della Diener, esposta nella camera ardente, con allegato l’articolo che ne annunciava la morte attraverso la corrente elettrica.

Noi disseminammo innumerevoli codici riportanti l’evento del terzo segreto di Fatima durante le nostre azioni. Nel primo giorno del processo del ’85 per l’attentato Agca “rovina”il procedimento con un comportamento apparentemente folle e citando la “crocifissione” (elemento portante del terzo segreto di Fatima, non ancora rivelato) e dichiarando le seguenti frasi:  “L’attentato al Papa è collegato con il terzo segreto di Fatima. Al Papa ho detto che Dio mi ha fatto vedere la Crocefissione” –  “Aspetto una risposta dal Vaticano. Se rimarrà in silenzio io continuerò a collaborare” (nel senso che se non continuiamo a cercare di liberarlo lui continuerà con le calunnie) “Se invece il Vaticano mi smentirà io non parlerò, non potrò più parlare” (nel senso: se le persone del Vaticano mi aiuteranno io non parlerò più).

Non vi erano, nel tempo precedente al processo, altre entità o persone che citassero i fatti di Fatima occupandosi del signor Agca, all’infuori di noi.

 

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