Ultime considerazioni (parte prima)

Ultime considerazioni (parte prima)

La mia interpretazione dei punti – indizi qui pubblicati può anche essere messa in discussione, ma non la storicità di tali eventi: realmente accaduti al di là della mia o qualunque sia altra interpretazione. E se si vuol vedere questi punti – indizi come generati da semplici fortuite coincidenze, si deve altrettanto realizzare che io, e solo io, li ho riferiti, e non sono mai stati identificati e verbalizzati dagli inquirenti di ogni istruttoria precedente, né tanto meno risultano redatti in qualunque articolo o libro pubblicato sul caso in questione. Si può ritenere un qualcosa come una semplice coincidenza, quando questo qualcosa si manifesta raramente ed inconsuetamente, ma non si può parlare di coincidenza nel caso di palesi reiterazioni e concatenazione con altre “coincidenze”ancora. Comunque è alquanto inverosimile che gli inquirenti del passato non abbiano notato tali indizi e le loro concatenazioni. Per cui andrebbero accusati di incompetenza, inadeguatezza e negligenza.

Esistono persone che si prestano, per la loro storia privata, e per certe caratteristiche personali ad essere impiegate come elementi di copertura e conseguente depistaggio in operazioni particolari, che necessitano di una protezione verso eventuali indagini.

Per quanto mi concerne, in  caso fossi stato oggetto di attenzioni investigative, avrei evidenziato la mia temperatura “artistica”, la presenza di ragazze giovanissime ed altro, che mi avrebbero conferito apparentemente un’aura di instabilità emotiva non consona all’attività di cui sarei potuto essere sospettato. Finanche il sospetto, pur se ingiusto e doloroso, da me procurato di poter essere un assassino isolato, funse da schermo. In conclusione, il mio profilo doveva risultare confondente. Ero personalmente un depistaggio. Mi sono fatto usare, mi sono usato, ho organizzato l’uso di me stesso.

Ed ai giorni nostri quell’antica copertura mantiene tutt’ora la sua forza deviante sugli inquirenti e alcuni rappresentanti della stampa. Per cui presumibilmente si avvarranno di quel che era il mio ruolo depistante dell’83 per riattualizzarlo e chiudere la vicenda su pochi responsabili.

Se la Procura dovesse ritenere tutti gli indizi da me prodotti non altro che frutto di mere coincidenze, dovrebbe intanto quantificarle e constatare che si tratta di un numero veramente elevato, e le troppe coincidenze sono indizi. Se mi si ritiene un abile sceneggiatore, altrettanto mi si deve riconoscere la ripetuta e ripetuta fortuna, che in quei anni ottanta si siano verificate una serie impressionante di concatenazioni casuali che sembrano andare tutte univocamente in una direzione. Ed erano fatti  storici, espressi da persone non da me direttamente frequentate, per cui tutto ciò esulava dalla mia volontà e dal mio controllo.

Ritengo l’istruttoria, che volge ormai al termine, assolutamente carente. A mio avviso non si è sufficientemente indagato in molteplici direzioni, non sono stati disposti confronti, né cercato particolari  possibili testimoni, e probabilmente si cercherà, come ho detto, di ricondurre le responsabilità del fatto su di un numero esiguo di persone, il cui compito all’epoca era tra l’altro proprio quello di depistare conducendo su piste confondenti, e che ora, per una sorta di contrappasso, verranno forse usate per deviare ulteriormente e definitivamente dalla reale ed unica verità storica.

Si trasfigurerà giudiziariamente quella che è una realtà articolata, riconducibile ad eventi cripto politici, in un mero episodio di cronaca nera. Questa sarà la volontà “alta” di certi decisori di una certa diplomazia interstatale con il seguito di quella certa stampa opportunista e lacchè.

Rapporti con la stampa.

Mi rivolsi inizialmente alla televisione di Stato per dare rilievo al mio appello a quanti volessero con me presentarsi. Fui gravemente diffamato con notevoli danni per il suddetto appello. Per ristabilire la verità dei fatti accettai di essere intervistato da altre testate giornalistiche con risultati pessimi, in quanto, come ho già ripetutamente dichiarato, nove decimi dei giornalisti sono impreparati ed incompetenti nei confronti della materia trattata, negligenti ed in aperto confitto di interessi sia in ragione dei libri da loro precedentemente pubblicati e il cui assunto devono commercialmente difendere, sia per non perdere prestigio e autorevolezza modificando il loro precedente punto di vista. Un attentato alla libera e corretta informazione.

In innumerevoli puntate della trasmissione di Rai Tre non si è mai minimamente accennato a quanto riferii loro nella prima intervista riguardo i miei sospetti più che motivati per quanto concerne la possibile partecipazione di alcuni elementi dell’allora Servizio d’Informazioni della Sicurezza Democratica (Sisde) in relazione alla presenza nella pineta del giovane Garramòn. In infinite puntate hanno coinvolto tutto e tutti, perfino i cosiddetti “mostri del Circeo” e mai menzionato il Sisde. Questa tipologia di trasmissione ha un costante rapporto con la Polizia di Stato per ottenere informazioni e quant’altro; degli ex-poliziotti lavorano nella sua redazione, ed uno di questi signori, mentre parlavo pacatamente con un giornalista della medesima trasmissione, prese il telefono e contrariamente alla deontologia a cui un giornalista dovrebbe attenersi, si espresse nei miei confronti con una sospettabilissima aggressività, proprio parlando dei fatti della pineta. Di ciò conservo la registrazione fonica e ne ho reso edotta la magistratura. Per cui, verosimilmente si è voluto difendere “l’onorabilità” del Sisde di quel tempo. All’epoca alcuni elementi di questo servizio dello Stato sono stati presenti in tutto lo svolgersi del fatto in oggetto.

Nella prima udienza presso la Procura e nella prima intervista rilasciata a tale trasmissione di Rai3, raccontai di come si verificò realmente il mio arresto nella notte del 20 dicembre 1983 dopo l’investimento nella pineta, e per quale motivo questo arresto era necessario e strumentale per ottenere un certo risultato. Ebbene, in dodici mesi la predetta trasmissione non ha mai reso pubblica tale mia testimonianza.

Per avere con certezza la prova più che scientifica della contraffazione operata da questa trasmissione, è sufficiente comparare la famosa scena del “soldatino” tratta dal mio lungometraggio “Interregnum” con la versione da loro manipolata e mostrata, in cui lasciano intendere, attraverso un oscuramento applicato e con un commento fuorviante, che trattavasi di un rapporto orale intercorso tra me ed un minore. E’ sufficiente quindi osservare la scena integrale con il sonoro originale per realizzare che non era in atto alcun rapporto, ma esclusivamente indirizzavo dei colpi con l’elmo da me indossato ad un pene, che per il suo volume era chiaramente e vistosamente quello di un ragazzo adulto. Il senso della scena espresso dalle frasi che pronunciavo e che sono state censurate, era a carattere antimilitarista ed antifallocratico: “Faccio una cosa che fa fare un passo indietro all’esercito e un passo avanti all’umanità”. Nel commento della trasmissione tutto ciò si è trasformato in un “antico rito greco di iniziazione sessuale”. Quando si opera una mistificazione su di un qualcosa che è facilmente verificabile, la cui comparazione con la scena originale è a disposizione di tutti in quanto visibile su internet, lascio immaginare quanto possano aver contraffatto su tutto ciò che è meno accessibile alla verifica del pubblico, in quanto depositato e nascosto nelle carte e nei documenti. E come dice il popolo, “se mi freghi sul carbone mi freghi anche sulla legna”.

Questa trasmissione di Rai 3 è stata l’unica tra tutte le altre trasmissioni del genere, sia della Rai che di emittenti private, ad adottare simile condotta, e questo è emblematico.

In dieci mesi di allarme mediatico creato da detta trasmissione nei miei confronti, presentandomi come un adescatore di minorenni, non un solo testimone si è presentato per raccontare di eventuali mie proposte o molestie. Contrariamente a quel che la letteratura e la casistica ci raccontano, queste coperture mediatiche ottengono sovente il risultato di risvegliare la coscienza e la reattività in persone che precedentemente negli anni possono aver subito una qualunque violenza, vuoi psicologica che fisica. Nei miei confronti non sussiste una condanna, una denuncia, né tanto meno una sola segnalazione di un giovane che possa dirsi da me importunato.

Sono stati abili in questi 12 mesi a rintracciare il legame della mia conoscenza con alcuni criminali del neofascismo romano, di mio padre iscritto alla massoneria, il mio nominativo nella lista di Valerio Verbano, ma non un solo testimone che possa comprovare la loro diffamazione sulla mia presunta perversione. Sono il “pedofilo” meno segnalato e denunciato della storia giudiziaria, ma il più coinvolto da un’unica trasmissione.

La mia presunta devianza è stata e sarà una leggenda mediatica, che ha danneggiato gravemente l’appello da me rivolto ad alcuni ecclesiastici che mai si sarebbero potuti presentare in una situazione di temperatura pedofila, e ciò ha prodotto danni alla ricerca giudiziaria e agli interessi delle famiglie Gregori e Orlandi, che di questo sono co-responsabili per l’aver presenziato e legittimato tale depistaggio. Tra l’altro il sito delle mie opere cinematografiche e fotografiche, additato come espressione “pedopornografica”, è ancora in funzione, senza aver subito alcuna censura dopo essere stato denunciato da privati per tutto il territorio italiano e vagliato scrupolosamente dalla Polizia Postale e dalla Magistratura. Tra l’altro giudici e tecnici della Polizia Postale, con la loro competenza, avevano ed hanno “assolto”, ed una trasmissione televisiva che non presenta nella sua redazione figure professionali e specializzate verso questa materia, ha arbitrariamente condannato.

Nonostante le famiglie abbiano rivolto per anni appelli ai responsabili a presentarsi, non hanno avuto poi un atteggiamento costruttivo e di pazienza nei miei confronti, favorendo l’intimidazione di un testimone. Dovendo l’inchiesta “penetrare” in ambienti diplomatico-ecclesiastici avremmo tutti necessitato di indispensabili atteggiamenti prudenziali, tranquillizzare i nostri “interlocutori”, permettere che i nodi si sciogliessero naturalmente e senza traumi, fuori dalla grancassa e le isterie: “Il martirio dell’attesa e delle costruzione”. Se mai avessi pronunciato dei nomi, disvelato intimi meccanismi, si sarebbe ritratto chiudendosi inesorabilmente in sé medesimo, come purtroppo pavento possa già in parte essere accaduto.  Non si è voluto comprendere il gesto del presentarmi a chiarire, come attesta il primo verbale redatto in Procura, l’evento dell’investimento del giovane Garramòn nella pineta. Le attitudini piccolo borghesi non permettono di riconoscere nelle persone l’autentica passionalità, sincerità, il contribuire al di là di ogni “particolarismo” ed interesse biecamente di calcolo personale.

Io mi assumo le responsabilità di quel che ho fatto, non di quanto non ho mai commesso.

Quando si demonizza una persona, gli si attribuisce in pratica un unico connotato, indiscutibile, e lo si censura in ogni sua espressione e possibilità di difesa. La demonizzazione di un qualcuno serve a quanti  non vogliono più ricercare, analizzare altre piste, porsi dei dubbi, cercare verità alternative. Demonizzare equivale, in un certo senso, ad un depistaggio, vuoi mediatico che istituzionale.

Per esteso, la materia di cui si dibatte non è affatto per giornalisti di cosiddetta “nera”, per la loro rigidità di pensiero, la loro attitudine a non studiare rigorosamente i documenti, ma quanto piuttosto per la serietà di uno storico o un saggista, che possa approfondire tanto materiale.

La principale testimone della suddetta trasmissione, la signora Garramòn, ha dichiarato ultimamente: “Bisogna sapere che continuerò a scrivere tutto quello che voglio (…) perché non mi può querelare (il Fassoni Accetti), perché non solo vivo in un altro paese, ma addirittura in un altro continente”.

Questa è la dimostrazione di quanto la signora sia cosciente che quanto ha sempre raccontato e sta raccontando è falso, e sente di poterlo fare in quanto, come dice lei stessa, vive in un altro paese per cui, a suo avviso, non può essere raggiunta da denunce, altrimenti in un processo per diffamazione verrebbe condannata. Se lei sapesse di dire la verità non avrebbe avuto bisogno di dichiarare “Scrivo tutto quello che voglio (…) perché non mi può querelare perché vivo in un altro paese”, e non avrebbe timore di alcuna querela in quanto dicendo lei la verità, la querela verrebbe archiviata o comunque in un eventuale processo sarebbe assolta.

Infatti la signora ha raccontato impunemente in una intervista riportata dal sito Blitz Quotidiano, che nei giorni precedenti il noto investimento dell’83 nella pineta io, travestito da sacerdote e spacciandomi per un appartenente alla vicina parrocchia, mi sarei recato presso il suo domicilio, dove la Garramòn mi avrebbe ricevuto. Tutto ciò la signora non lo raccontò ai carabinieri delle prime indagini, né tanto meno al giudice istruttore e non durante il processo dibattimentale. Però ne ha memoria dopo appena trent’anni. Finanche la nota trasmissione di Rai 3, preso atto dell’inverosimiglianza di quest’ultima sortita della signora, si è ben guardata, per non cadere ulteriormente nel ridicolo, di riprenderla. Anche perché questa testimonianza fa il paio con l’altra dichiarazione della governante dell’epoca dei Garramòn, la quale raccontò alla stessa trasmissione che io, sempre nei giorni precedenti l’investimento mi sarei recato presso la stessa abitazione qualificandomi come fotografo.

Presunti miei trascorsi nella destra.

Ho conosciuto negli anni ’70 vari elementi del neo fascismo italiano e ciò mi è servito ed è stato da me e da altri usato a fini di depistaggio nella storia in oggetto. Ho sempre messo in rilievo pubblicamente la presenza a volto scoperto in piazza San Pietro di un personaggio pubblico e legato ad ambienti della “destra” quale il signor Mehemet Alì Agca, e la presenza di un altro personaggio altrettanto pubblico innanzi al Senato della Repubblica, quale il signor Enrico De Pedis, a sua volta  in contatto con ambienti neo fascisti romani. Da sempre appartengo culturalmente alla reale sinistra ed i miei lavori d’arte, principiati già dagli anni ’70, lo testimoniano.

Fu un gesto politico. In una realtà, quella ecclesiastica, che respinge la democraticità della protesta, e per “ottenere” si deve ricorrere piuttosto alla “pressione” ed al ricatto. Uno strumento di lotta era proprio quello di mutuare il loro stesso sistema di pressione e ricatto. Per dirla tranchant, i “buoni” si travestono da “cattivi” per contrastare i “cattivi” perennemente travestiti da buoni. Un mezzo assolutamente discutibile ma, a torto o a ragione, era funzionale per cercare di arginare decisioni e realtà assolutamente reazionarie e conservatrici. Se tutti i cittadini laici dello Stato Città del Vaticano, ed estensivamente i molti cattolici della Repubblica Italiana, avessero avuto una coscienza civile, sociale e politica, e tutti insieme avessero contestato e reclamato, forse non saremmo trascesi a mezzi tanto infidi. Ma l’ignavia, la passività, il qualunquismo della maggioranza dei “sudditi” vaticani ci hanno condotto a svolgere un lavoro “sporco”. È proprio con l’indifferenza della massa che ogni potere si permette di compiere l’ingiustizia. Io ed altri “odiavamo” tali lavoratori laici del Vaticano, che per vivere in quella presunta oasi protetta consentivano l’emarginazione della donna, vietandole la piena partecipazione alla vita della Chiesa, e confinandola all’eterno ruolo di assistente – serva, relegata alle funzioni minori. Ed infatti la Città del Vaticano non ha riconosciuto la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che recita come “tra gli esseri non debbano esserci distinzioni alcune per ragioni di sesso”. I lavoratori laici permettevano in quei primi anni ’80 il loro stesso sfruttamento in condizioni di lavoro senza alcuna protezione sindacale.

Gli stipendi erano bassi e spesso senza contratto, niente pensione e buonuscita. Avevano solo la tredicesima.

Concepimmo un’azione di “guerriglia urbana”, di un particolare “terrorismo”, senza alcuna intenzione di sequestrare o uccidere. Un gesto di “cultura rivoluzionaria”, assolutamente sui generis, apparentemente incomprensibile all’esterno, come ispirandoci alle parole di San Paolo: “ma Dio scelse ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti. Scelse ciò che è ignobile e disprezzato, e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono”.

Un agire indubbiamente contraddittorio, ambiguo ed umanamente tormentato. E credo sia proprio dal dinamismo sofferto che a volte si può ottenere. Non certo dai “parolai”, la cui reattività è solo virtuale e trombonesca.

Cittadini multipli e di plastica producono sovente il contrario di quanto fariseicamente e pubblicamente propongono.

Poi l’evento in cui mi trovai ad operare si dilatò, altri subentrarono nelle decisioni, e di questo io me ne assumo ogni responsabilità.

Quanti mi conoscono in modo reale e quindi approfondito e non attraverso la puerile chiacchiera mediatica sanno quanto sia improponibile il sospetto che il caso Orlandi/Gregori/Garramòn sia legato a fatti sessuali o altre attività contigue. Ho amato e amo integralmente, ieri come oggi, quanto e più di chi mi diffama. E non avevo certo, soprattutto nell’83, bisogno di obbligare due ragazzine di 15 anni e tantomeno di infilarmi con un marmocchio in una pineta umida e fredda dentro un furgone. Solo chi non mi ha conosciuto nell’83 può, da autentico imbecille, pensare a tale ipotesi buona solo per pennivendoli televisivi e di carta stampata preoccupati degli incassi presso le grandi masse inebetite.

Ma tutto ciò non si può comprendere in quanto i cervelli sono ormai resi spenti da un’occupazione culturalmente “para-militare” dei valori infimo-borghesi. Non credo nell’autorità di questo Stato né di questa Magistratura, né tantomeno in questo popolo sovrano. Credo nei singoli, isolati o congiunti, comunque eretici e naturalmente eversivi di quanto ritenuto ingiusto. Credo e difendo i miei compagni dell’epoca ed evito ed eviterò loro ogni coinvolgimento giudiziario. Loro che, a torto o a ragione, in modo certamente illegale hanno cercato di opporsi, in parte riuscendoci, ad una muraglia compattamente oligarchica e reazionaria, a differenza degli ignavi, di ieri e di oggi, incapaci anche di una minima coscienza socio-politica e che mai si sarebbero presentati a rendere conto presso qualunque autorità morale o giudiziaria, concentrati piuttosto nella loro eterna deresponsabilizzazione e fuga. Gli ignavi compiono illegittimità ed illegalità in nome del profitto personale. Noi perlomeno, per cercare di ottenere una qualche emancipazione per i sottomessi.

Confermo che non vi fu mai alcuna intenzione di nuocere realmente alle ragazze. E come avremmo mai potuto se proprio il rispetto per le donne era un caposaldo delle nostre intenzioni? Quel rispetto che nella realtà psico-culturale dello stato della Città del Vaticano era praticamente assente. Ma certo furono ingannate: e questo pare contraddire nei fatti gli ideali che c’eravamo prefissi, ma purtroppo è proprio nel “machiavellismo” e nel tormento che, “sporcandosi”, si può sperare disperatamente di ottenere qualcosa.

 

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2 Responses to Ultime considerazioni (parte prima)

  1. Nikkolo says:

    Caro Accetti,

    Mi sembra di capire, con sommo rammarico, che le indagine da lei innescate stiano volgendo al termine e che probabilmente l’esito sara’ quello che molti di noi immaginavamo fin dall’inizio. Un nulla di fatto. Vede, tutti i codici che lei riporta, i messaggi criptati o subliminali, per quanto sembrino intrecciarsi in una storia logica e coerente, non dimostrano pero’ niente. Lei e’ una persona colta e avra’ senz’altro letto Umberto Eco. Se non sbaglio nel Pendolo di Foucault, Eco mostra come si possa trovare una logica in numeri, coordinate ed eventi che nulla hanno a che fare uno con l’altro. Purtroppo il suo racconto sembra davvero basarsi sul racconto di Eco. La sua piu’ grande contraddizione non va cercata negli intrecci e nelle trame che lei delinea, piuttosto nel suo comportamento. Un uomo colto come lei e per di piu’ con esperienze nel campo cinematografico, avrebbe dovuto predire con un buon margine di accuratezza cosa sarebbe accaduto a livello mediatico dopo essere entrato in scena. Davvero si aspettava che la trasmissione di Rai3 di cui lei tanto si lamenta, l’avrebbe accolta come un angelo portatore di luce? Davvero non aveva previsto che i film postati sul suo sito non sarebbero stati strumentalizzati? Dopo aver lavorato per anni nell’oscurita’ a contatto con servizi segreti, poteri forti etc., lei e’ cosi’ ingenuo? Se e’ cosi’, non si capisce come abbia fatto a sopravvivere per tanto tempo bazzicando in ambienti tanto pericolosi. Delle due l’una, o e’ un ingenuo sognatore con una gran fortuna o e’ in malafede. Non sarebbe stato piu’ semplice aiutare la magistrature violando quel suo ridicolo senso dell’onore che le impone di non fare chiamate in correita’? Per quanto mi riguarda le posso solo dire che se la magistratura la dichiarera’ inattendibile, un millantatore, o qualunque categoria affine IO CREDERO’ ALLA MAGISTRATURA! Lei potra’ spendere tutto l’inchiostro che vuole ad accusare giornalisti ed inquirenti di inettitudine, ma per me lei rimarra’ cio’ che i magistrati la definiranno.

  2. carlo artemi says:

    Caro Fassoni

    Come lei sa io ho seguito attentamente negli ultimi due anni la vicenda Orlandi e da un pò di tempo mi chiedevo ” Mah il racconto di Fassoini mi sembra attendibile , è preciso , pieno di particolari , si inquadra in una ricostruzione storica che coincide con quella fatta da tante altre persone . Però : lui ha parlato , e tutti gli altri ? l’ ex-prete , i compagni di classe di Emanuela il cui comportamento omertoso e contradditorio viene fuori da tanti fatti del tutto indipendenti da quello che lui dice , gli elementi vaticani presumibilmente anti-Marcinkus che erano la sua parte e i suoi capi ? Tutti morti ? Nessuno che va davanti ai Magistrati a dire che lui ha ragione e ha prendersi la sua responsabilità ? ” E pensare caro Fassoni che una persona le ha dato ragione ed è stato …il Papa . Quando il Papa ha parlato ai nuovi cardinali e ha detto loro ” Niente chiacchiere , collaborate tra di voi , non fate come se foste una corte , niente INTRIGHI ” Ma Fassoni , il papa non parla a vanvera ! E evidente che pensava a fatti ben precisi e ciò che ha detto il Santo Padre conferma se non altro come ambientazione storica ciò che lei ha detto . Evidentemente il Papa le ha detto più ragione che la Magistrataura ma qualcuno non ha forse detto che le vie del Signore sono infinite ?

    Carlo Artemi

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